Proteggere la salute femminile significa pensare al futuro

In un Paese che rischia il tracollo a causa della denatalità, tutelare la salute delle donne – particolarmente in età riproduttiva – significa garantirsi un futuro e migliori prospettive economiche

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Negli ambienti medici si stima che il primo cuore artificiale fosse compatibile con l’86% dei pazienti maschi ma con appena il 20% delle donne. Da allora la cardiologia e le altre branche della medicina hanno cercato di recuperare un equilibrio fra i generi per curare efficacemente la salute femminile. Ciò ha significato convincersi del fatto che l’organismo femminile non fosse affatto uguale a quello maschile con qualche scostamento. Ha invece una fisiologia per molti aspetti differente.

Francesca Merzagora è da anni impegnata nella tutela della salute di genere, anche e soprattutto con la Fondazione Onda, di cui è presidente. Ricordando le tappe ripercorse dalla scienza, apre la nostra conversazione proprio con un richiamo alle disparità di assistenza nel campo della patologia cardiovascolare.

Come si fa a intessere relazioni con istituzioni e strutture sanitarie su un tema tanto delicato in uno scenario frammentato come quello italiano?

Vede, noi nasciamo come Osservatorio proprio con l’obiettivo di promuovere la medicina di genere in vari ambiti. Ci sono stati, dagli anni ’90 in poi, moltissimi passi avanti in questo settore. Era il 1991 quando la cardiologa americana Bernardine Healy, che divenne il primo direttore donna degli NIH (National Institutes of Health), denunciò la differente gestione della patologia coronarica negli ospedali americani fra pazienti maschi e pazienti femmine.

Negli anni sono stati via via coinvolti nello sviluppo della medicina di genere i vari ambiti specialistici. E, nel nostro Paese, ci siamo dotati di una legge sulla medicina di genere e di un piano per la sua applicazione e diffusione. Dico questo per sottolineare come il nostro Paese sia all’avanguardia, da questo punto di vista.

Negli anni è stata costruita una rete per la salute orientata al genere. L’obiettivo è quello di promuovere la ricerca, l’approccio interdisciplinare fra le aree mediche, la formazione dei medici e la comunicazione. In questo contesto, per noi è stato molto semplice rapportarci con le istituzioni. In particolare, vorrei citare un’iniziativa che ben rappresenta l’applicazione della medicina di genere: i “Bollini rosa”, riconoscimenti speciali che assegniamo agli ospedali per la loro attenzione specifica alla salute delle donne ricoverate.

La medicina di genere è un approccio che andrebbe applicato in tutti i rami. Non si tratta solo di salute femminile, ma di un’attenzione specifica verso il genere

Al di là degli aspetti riproduttivi, ci sono patologie un tempo considerate quasi esclusivamente al femminile e quindi sottovalutate nell’uomo. Un esempio è l’osteoporosi, che però conta un paziente maschio ogni cinque dopo i 60 anni. È quindi auspicabile che la ricerca sia orientata in maniera precisa.

Come sappiamo, la pandemia sottrae risorse per la cura di altre malattie. Su quali punti ritiene sia più importante intervenire a supporto delle pazienti?

Guardi, io credo che dobbiamo allargare il discorso. Questa pandemia ha reso più complessa una serie di aspetti che riguardano le donne: è aumentata la violenza domestica, tanto per cominciare.

La legittima concentrazione degli sforzi sul tema Covid ha inevitabilmente sottratto servizi alle patologie legate alla riproduzione o al parto. Questo ha creato grossi problemi in un Paese, come il nostro, nel quale il calo delle nascite ha già raggiunto livelli più che preoccupanti.

Dall’altro lato, è stato osservato un aumento dei casi di violenza contro le donne e un gap fortissimo dal punto di vista professionale rispetto agli uomini. Venuto meno il supporto di nonni e baby-sitter, le donne sono state gravate di un carico di lavoro molto superiore a quello maschile: parliamo di 21 ore alla settimana in più. Questo ha inciso anche sul lavoro, tanto è vero che la disoccupazione femminile ha raggiunto livelli record. Partivamo da una situazione svantaggiata: si immagini adesso…

Quindi la penalizzazione generata dalla pandemia assume una prospettiva più generale e tocca sì i temi della salute, ma anche quelli economici.

E poi c’è anche il tema, sottovalutato, della salute mentale. La depressione, uno dei disturbi psichiatrici più diffusi e gravi, è più frequente nelle donne. Così come l’insonnia.

Riguardo alla questione denatalità. Ritiene che uno sviluppo adeguato della medicina di genere possa contribuire a una migliore tutela della fertilità della donna?

Noi crediamo che tutte le politiche di welfare debbano essere spostate sulla facilitazione delle gravidanze, che sono il futuro. Il nostro Paese rischia veramente, come ha dichiarato il presidente dell’Istat, un tracollo. Come Fondazione abbiamo pubblicato un libro bianco sulla denatalità: ne emergono numeri incredibili. Dobbiamo assolutamente far sì che la salute femminile, e in particolare la salute delle donne in età riproduttiva, venga tutelata il più possibile.

Questo non può che accompagnarsi a politiche di welfare adeguate. Del resto, sappiamo che nei Paesi dove le donne lavorano di più procreano di più, anche per la sicurezza economica che l’occupazione garantisce.

È vero che ci sono anche aziende molto virtuose, come le industrie del farmaco. Tutte le aziende legate a Farmindustria hanno una percentuale di occupazione femminile molto più elevata della media e, soprattutto, attuano un ottimo welfare di secondo livello.

I dati mostrano che l’infezione da SARS-CoV-2 ha una mortalità inferiore nelle donne. Le sembra verosimile che questo confermi la maggiore predisposizione femminile alla prevenzione?

Alla luce degli studi effettuati finora, la mortalità più elevata degli uomini colpiti dall’infezione da SARS-CoV-2 è stata spiegata con alcune ipotesi.

Intanto, con una maggior tendenza degli uomini al tabagismo, che sappiamo essere un fattore di rischio per contrarre l’infezione e per sviluppare un quadro clinico grave. Per fortuna, le donne fumano meno.

In secondo luogo, le donne hanno l’abitudine di dedicare regolarmente uno spazio della propria giornata all’igiene personale e alla prevenzione.

E, in ultimo, c’è un tema di risposta immunitaria sia innata che adattativa, che sembra essere più efficiente nelle donne rispetto agli uomini.

Lo scorso settembre è stato firmato il Decreto che istituisce l’Osservatorio dedicato alla medicina di genere. Quali obiettivi nel breve termine si aspetta che questa iniziativa raggiunga?

Lavoriamo spesso con l’Istituto Superiore di Sanità e ritengo la costituzione di questo Osservatorio un’ottima opportunità.

Sicuramente ci aspettiamo una promozione degli studi, della ricerca anche legata al tema Covid, dell’approfondimento sugli aspetti divergenti fra i generi per quanto riguarda la mortalità. In questo momento direi che occorre concentrare tutti gli sforzi nella direzione della ricerca sui vaccini.

Ci aspettiamo maggiori investimenti in questo senso. Personalmente sono molto confidente nella gestione virtuosa delle somme stanziate nell’ambito del Recovery Fund. Mi auguro che fra gli investimenti previsti siano compresi interventi strutturati a favore della ricerca.

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